Ghost in the Shell: la WoT recensione

[Recensione Spoiler: Livello Basso]

Ghost in the Shell“?…e dire che allora, nell’ormai lontanissimo 1995, arrivò come un fulmine a ciel sereno nel panorama anime! Eppure, più di 20 anni dopo, rieccoci a riparlare di quel titolone prima manga (1989), poi anime…ora un film. Per chi conosce la versione cartacea o quella da piccolo schermo, è comprensibile che l’adattamento cinematografico sia stata una notizia portatrice di curiosità e giubilo.

Maaaaa…per chi, come il sottoscritto, non ha cenni storici in merito, e a “Ghost in the Shell” associa fotogrammi sparsi e immagini di un videogioco per PlayStationOne…checcacchionesà di ‘sto film? Verso chi è indirizzato? Ai fan, al pubblico ignaro? E riesce nel suo intento? A questa e ad altre domande tenterò di rispondere e, nel mentre, senza mischiare troppo le carte, tenterò anche di recensire il film, come film, solo un film e non come “un film ispirato a..” o “che fa parte dell’immaginario di..”.

Dopo anni di tentativi nel portare al cinema “Akira“, il capolavoro di Katsuhiro Ōtomo, che al più presto recupererò e farò mio (“culpa, mea culpa, mea maximissima culpa“, ndr), l’attrattiva di Hollywood verso le storie nipponiche trova sfogo in “Ghost in the Shell”, che viene scelto per l’adattamento dalla Dreamworks (e da Steven Spielberg stesso, che ne acquista i diritti). Nato dalla mente di Masamune Shirow, il manga è un cult del genere “CyberPunk” che dal 1989 alberga nella mente dei lettori e che vede consolidare il suo valore culturale nel ’91, anno d’uscita del film Anime. Sdoganato anche nel campo dell’animazione, con 2 film e 3 serie, “Ghost in the Shell” è un vero e proprio franchise multimedia che si spinge fino ai romanzi e videogiochi. Parliamo sostanzialmente di un prodotto che ha fatto il suo corso al momento della pubblicazione del manga, che è vissuto di quella popolarità nel mondo anime e che, forse-forse, non ha superato lo scoglio degli anni “2000”, quando “The Matrix” (1999, Wachowski’ s.) ha rivelato la raccapricciante visione di un futuro dove le macchine prendono il sopravvento sull’uomo.

Qui il discorso è un po’ più spostato sul filosofico, mi dicono. Il film introduce una domanda chiara e tonda: in un mondo dove la tecnologia permette all’uomo di sostituire le proprie parti organiche in meccaniche, qual’è il limite? Il “punto di non ritorno” esiste? A quanto di “noi” possiamo rinunciare e a che prezzo? Tutte domande moooolto interessanti, alle quali, vi dico subito, il film, non ha molta voglia di rispondere. Quantomeno preferisce raccontare la storia di una persona “Qualunque” che abita questo tipo di mondo. Scelta pigra? Può darsi, ma se ci pensate, non è l’ideale per stabilire le basi di un franchise, come piace tanto ai produttori di Hollywood moderni, dove raccontare ancora ancora e ancora la stessa storia?Perchè guardandolo, in effetti, questo film non ha molto da raccontare, anzi pecca di questa presunzione già da quei maledettissimi mini-trailer da 6 secondi l’uno. Ci viene venduto come un dramma esistenziale che si consuma in un paesaggio alla “Blade Runner” (1982, R.Scott), ai danni della solita, povera (“vedi *Lucy, di Besson”, ndr), qui quasi amorfa, Scarlett Johansson, nelle vesti di Major, il Maggiore della “Sezione9“. Quindi, se cercavate di evincere qualcosa dai trailer su YouTube, sappiate che il film è accessibilissimo e comprensibilissimo, poiché rinuncia in toto alla filosofia nipponica, e preferisce raccontare una storia tra tante. Peccato che il personaggio di theMajor sia uno di quelli ai quali è difficile avvicinarsi e sentirsi partecipi: un costante e robotico sguardo fisso non lascia trasparire emozioni neanche nei momenti più concitati e tesi…..che poi, in tutto il film, sono due. La scelta di affidare il cuore emotivo del film ad un personaggio che cuore non possiede, letteralmente, sarebbe come chiedere al Mostro di Frankenstein “Facce ride’!!!“.

Menzione d’onore va ai titoli di testa, dove la protagonista viene assemblata, pezzo pezzo, strato dopo strato. Un cervello umano deve essere accolto da un corpo meccanico, interfacciarsi e coesistere: un anima il “Ghost“, in un corpo meccanico, lo “Shell“. Seppur debole e ri-trito, questo concetto è necessario per comprendere il punto di vista del film che è lo stesso del Maggiore. Lei ha coscienza di sé, della sua funzione e del suo ruolo, ma il passato è un bug da rimuovere. Proprio come nel viaggio intrapreso prima da Pinocchio, poi dal Dr. Brundle/la Mosca di Cronenberg passando fino a RobocopMotoko Kusanagi (vera identità del Maggiore) dovrà scoprire quello che l’ha resa quello che è ora, comprendere cosa ha perduto ed infine escludersi dall’equazione, sacrificandosi contro il male superiore.

Purtroppo però, su schermo questo discorso non sussiste: il terzo atto diventa una ricerca del passato da parte del Maggiore che la porta dritta dritta alla sua rivelazione in tempo record. Poi, presa coscienza della verità dietro la propria condizione, mancano 20 minuti ai titoli di coda e c’è solo tempo di vendicarsi e salvare la pelle sintetica.Purtroppo, perchè ci si ricordi di lui negli anni a venire, “Ghost in the Shell ha bisogno di altro. Infatti, grazie al lavoro maniacale del regista Rupert Sanders (“Biancaneve e il cacciatore“, 2012), ci viene regalato uno spettacolo per gli occhi che non vedevo dai tempi della quarta ri-edizione di “Blade Runner“: lo skyline è quello di HonkKong, ma arricchito da elementi ben noti alle metropoli del futuro, con i suoi grattacieli titanici illuminati da immagini in 3d, pioggia inpercettibile, musiche e tanto, tanto colore. Così come ad alta quota, a terra, lo scenario in cui Batou, il Maggiore & co. si muovono, è vivo, pulsante e ricco di un immaginario che, se non risulta nuovo è sempre migliore di altre realizzazioni. La luce, che sia di giorno o di notte, vibra nell’occhio dello spettatore che finisce per innamorarsi di un mondo che forse già conosce, ma che non disdegna visitare ancora una volta. Ma dove luce e recitazione non arrivano, allora è tempo di effetti speciali, computer grafica, schermo verde a perdita d’occhio ecc…Tutti promossi, tranne magari qualche effetto su Kuze, da rimandare a settembre, ma tutto sommato, sembra che i soldi spesi (110 milioni di USD) siano finiti al posto giusto.

Concludendo, penso che “Ghost in the Shell” vada salvato e promosso. Nel panorama di oggi, dove le storie di ieri vengono smembrate e ri-assemblate per il pubblico di domani, l’obiettivo che questo film azzecca è appunto la capacità di raccontare un film dall’inizio alla fine. Con un primo atto/ parte centrale/ conclusione soddisfacenti e coerentemente architettati assieme, con precisione quasi giapponese. Se parlassimo in termini culinari asiatici, saremmo di fronte ad un caso di umami, dove tutti e cinque i sapori rivelabili dalla nostra lingua vengono al palato tutti assieme, creando un connubio tra storia/ visione/ tensione/ eccitazione/ riflessione. Per chi invece, preferisce tralasciare tutte queste pippe da finti-intellettuali posso solo dire che il film è godibilissimo, un tiepido antipasto per la caldissima stagione cinematografica in arrivo. Se state cercando un film con una forte (fisicamente) protagonista, una storia tonda come un foro di proiettile ben assestato, nel quale immergervi per 107minuti senza brividi e senza sudori….questo è il film che fa per voi e il primo dell’anno a non deludermi (“…..ed è meglio di Logan….Maicol”, ndr).Detto tutto ciò mi sento sicuro, e allo stesso tempo impaurito dall’opinione pubblica, nel valutare “Ghost in the Shell” con 6.5tutinebianghe….ma solo se non sono io ad indossarla.

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